E’ di questi giorni la notizia, riportata da diverse testate giornalistiche, sul caso del bambino autistico di undici anni affidato al Tribunale dei minori in seguito al “rifiuto” da parte della famiglia di occuparsene.

Nessuno di noi ovviamente conosce la situazione di questa famiglia e quindi non è, a nostro avviso, il caso di esprimere un parere, vogliamo tuttavia riportare in questo blog le parole che una mamma della nostra associazione ha pubblicato sui social condividento uno dei tanti articoli sull’argomento.

“Non possiamo permetterci di stare male perché noi genitori di bambini autistici, o disabili in generale, siamo praticamente indispensabili per i nostri bambini. Siamo noi che li viviamo imparando a capirli anche senza parole, siamo noi a raccogliere le indicazioni degli innumerevoli professionisti che li seguono e che, terminato il tempo della seduta terapeutica, dobbiamo trasportare quei concetti e quelle modalità nella vita di tutti i giorni. Siamo noi a districarci tra INPS, distretti, assistenti sociali, visite specialistiche, segreterie varie. Siamo noi a vivere con l’ansia del dopo di noi… tutto questo lo facciamo in totale solitudine, non riceviamo un supporto psicologico, dobbiamo lottare continuamente per veder riconosciuti i diritti dei nostri figli, spesso dobbiamo rinunciare ai nostri sogni ed alla nostra carriera per seguirli nel migliore dei modi… ed anche rinunciare al lavoro per uno dei due genitori è spesso un lusso che ci si deve poter permettere a causa delle spese da affrontare per la loro riabilitazione! Eh si anche in questo siamo lasciati soli dallo stato (e la s minuscola non è un errore in questo caso), diamo ai nostri figli terapie necessarie, per loro praticamente salvavita, che però il sistema sanitario nazionale non ci riconosce, semplicemente ci elemosina con un contributo (la cui percentuale scende anno dopo anno) che arriva dopo 12/24 mesi da quando abbiamo sostenuto quella spesa, ovviamente questa modalità per molte famiglie non è sostenibile e si trovano a dover scegliere tra il mettere il pane in tavola e le terapie!
Anche tutte le iniziative di sensibilizzazione e conoscenza (dunque consapevolezza) sulla disabilità sono fatte privatamente e ci impegniamo in questo per due motivi: il primo è perché sogniamo l’inclusione per i nostri figli, il secondo è che la vorremmo anche per noi famiglie, perché la disabilità crea una situazione diversa con cui interfacciarsi ogni giorno ed abbiamo bisogno che la società, ed il territorio, non metta limiti ma provi a trovare delle soluzioni accessibili a tutti.
Siamo soli ed alcuni, come la famiglia in questione, lo sono ancora di più e questo non di certo per colpa loro. Non oso immaginare quanto sia costato a questa mamma fare una scelta simile e quindi chiedo semplicemente di non giudicare senza conoscere ciò che li ha spinti, se dobbiamo indignarci facciamolo con chi, non aiutandoli, li ha obbligati ad una scelta così drastica e sicuramente sofferta”.